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Sono De Crescenzo Claudio e sono nato il 13 giugno (stesso giorno di Paavo Nurmi e Kenenisa Bekele...) 1962. Ho praticato l'atletica leggera a livello agonistico per una decina d'anni ottenendo come migliori risultati 1'50"3 sugli 800 metri e 3'49"0 sui 1500. Nel contesto della preparazione invernale di quegli anni ho trovato pure il tempo per correre la maratona in 2 ore e 33' (nella prima edizione della Firenze Marathon).
Dal 1987, anno nel quale sono letteralmente saltato per aria in seguito ad una tendinite devastante ho cominciato a correre con spirito amatoriale e non ho ancora smesso. Ho continuato ad interessarmi della preparazione alle gare di mezzofondo e fondo in atletica e, anche per la mia situazione personale sono interessato in particolar modo alla razionalizzazione della preparazione di chi come il sottoscritto non può più permettersi il lusso di sprecare molte energie alla ricerca di risultati decorosi. In gioventù ho sperimentato tutti i mezzi di preparazione possibili ed immaginabili ed in quel modo forse mi sono costruito più come tecnico che come atleta. Praticamente ho fatto la cavia di me stesso.
Al momento come tecnico mi definisco un "prudente" e pertanto più adatto a seguire atleti stagionati e/o con qualche problemino più che gli agonisti al top della forma che se vogliono avere qualche possibilità di emergere sono costretti a rischiare ne più ne meno che come ho fatto io più di vent'anni fa. Sono a disposizione per "dialogare" sulla preparazione con chiunque voglia contattarmi, qualunque sia il suo livello prestativo, anzi meglio ancora se non in odore di "Olimpiadi"...
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Introduzione |
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Tre domande agli appassionati della corsa.
Voglio propormi come interlocutore degli appassionati della corsa ponendo loro tre domande. Da queste, con chi vorrà confrontarsi potranno scaturire tante altre domande che potranno aiutare a far luce sulle problematiche dell'allenamento. Sono convinto che più che "imporre" dei punti di vista un buon tecnico deva dare le informazioni per porsi i quesiti migliori per poter formulare la preaparazione. Chi sa porsi le giuste domande poi ha anche molte possibilità di trovare le giuste risposte. La prima domanda, terribilmente banale, è perchè correte. Sembra banale ma non lo è, molti non ci hanno mai pensato davvero. Corrono perchè corrono punto e basta, corrono perchè è divertente correre ma un'altra causa ben precisa non riescono a trovarla. A volte può essere imbarazzante indagare sulle vere motivazioni alla corsa. Se uno corre perchè è un buon motivo per stare un po' più tempo fuori di casa è difficile che associ a questa motivazione anche la voglia di migliorare le prestazioni. Come minimo non sarà intenzionato a cercare sedute di allenamento più "sbrigative" per ottenere comunque buoni risultati. In ogni caso scavare sulle vere motivazioni alla corsa è un ottimo punto di partenza per scoprire cosa può essere davvero modificato nella propria corsa e cosa deve restare assolutamente inalterato. Per esempio è difficile spedire in pista uno che ha come motivazione principale quella di stare un po' in campagna, in solitudine, per scaricare lo stress della vita in città. Da questo punto di vista, infatti, la pista assolve il compito meno bene della campagna, per quanto isolato possa essere l'impianto sportivo. La seconda domanda riguarda i risultati che avete ottenuto fino ad ora oppure, in assenza di risultati agonistici, il livello prestativo raggiunto. Molti sanno correre abbastanza bene ma non hanno nessuna ambizione di partecipazione alle competizioni. Fra questi alcuni sono interessati lo stesso a migliorare il proprio rendimento e la propria efficienza di corsa mentre altri proprio non sono minimamente sfiorati da questo pensiero. Per certi versi chi corre senza nessuna meta è una persona invidiabile. Forse questi ha più da insegnarmi che da imparare dalle mie osservazioni e proprio per tale motivo sono interessato a confrontarmi anche con chi non è assolutamente attratto dalle competizioni ma è comunque appassionato alla corsa ed ha voglia di discuterne. La terza domanda riguarda le aspettative create dalla corsa. Per qualcuno è un ben preciso risultato agonistico che può tradursi in un certo risultato cronometrico su una determinata distanza, per altri può essere ben altro come il raggiungimento di un miglior stato di benessere psicofisico, un miglior equilibrio interiore. Tanto per rompere il ghiaccio e per mettermi subito su un piano inferiore a quello dei miei interlocutori io vi dichiaro che da questo punto di vista sono praticamente "malato" e meritevole di osservazione psichiatrica: ad oltre vent'anni dalla fine della mia carriera agonistica io da un punto di vista psicologico sto ancora meglio quando riesco a correre un po' più forte rispetto ai periodi nei quali corro meno bene.
Il mio benessere psico fisico non è assolutamente regolato dalla corsetta nel parco quanto dalla capacità di correre in un certo modo. Anche per questo sono continuamente incuriosito da eventuali nuove metodiche di allenamento che possono migliorare l'efficienza della corsa e soprattutto per questo sono molto incuriosito dai discorsi di chi riesce a godere della corsa senza nessuna necessità di correre "meglio possibile". |
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Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Novembre 2009 13:15 |
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Articolo 2 |
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STRATEGIA DELL'AMPLIFICAZIONE DELL'ERRORE
Trattando di tecnica di corsa ci si trova subito di fronte ad un dilemma amletico. Definire effettivamente cosa si può intendere per "buona tecnica di corsa" A volte si è tentati di inseguire un modello estetico ma in tale scelta si tralascia un particolare molto importante che è la macanza di un giudice, nelle gare di corsa, che valuti secondo un canone estetico la tecnica di corsa. Che un atleta corra in modo indiscutibilmente elegante, per esempio come il leggendario cubano Alberto Juantorena, già primatista del mondo degli 800 metri negli anni '70, ma anche, tanto per stare in casa nostra, come il meno leggendario, ma non meno elegante, Stefano Mei campione europeo dei 10.000 metri a Stoccarda '86, oppure in modo molto diverso (e qui gli esempi si sprecano ma può bastare quello di Michael Johnson, capace di stracciare il record del mondo dei 200 metri ed ancora primatista mondiale dei 400, laddove la corsa ampia e fluida sembrerebbe cosa imprescindibile...) ciò che conta è la qualità dei risultati che riesce ad ottenere e non l'eleganza del gesto tecnico con la quale questi risultati sono stati prodotti.
Detto questo, a volte ci si chiede se una particolare "devianza" molto marcata rispetto ad un ipotetico modello di corsa ottimale non deva essere vista come una cosa da correggere per migliorare l'efficienza della corsa.
E' importante sottolineare come nulla sia casuale e come, soprattutto nei soggetti più stagionati e con una lunga storia di corsa alle spalle, ogni intervento sulla tecnica di corsa sia un'operazione molto complessa e senz'altro in grado di stravolgere lintero piano di preparazione al di là di eventuali variazioni su altri aspetti dell'allenamento. E' difficile prevedere se un certo mutamento di un dettaglio della tecnica di corsa potrà provocare effetti benefici sullo schema di corsa nel suo complesso. Altrettanto difficile è capire quali nuovi sovraccarichi andrà a creare lo schema di corsa così rettificato. Per questo è opportuno muoversi con molta prudenza, soprattutto quando lo schema di corsa originario è già ben strutturato e consolidato e quindi appartiene ad un sistema muscolo scheletrico che si è evoluto su questo.
E' triste dirlo ma se un soggetto ha una corsa poco efficiente non è perchè si diverte a correre in quel modo ma perchè il suo fisico, fino a quel momento, ha prodotto quella tecnica di corsa. Un fisico capace di produrre un'altra tecnica di corsa al momento non esiste. E' possibile che si trovino le informazioni motorie per approdare ad un alto tipo di corsa ma gli adattamenti fisici necessari per quel nuovo tipo di corsa si produrranno lentamente con la pratica pedissequa del nuovo schema motorio.
In sintesi ognuno ha la "sua" corsa che certamente è modificabile così come sono modificabili nel tempo tutti gli atteggiamenti umani, ma nel momento di trasformazione della corsa, anche se si passa da un modello poco efficiente ad uno più efficiente, si verifica sempre una situazione di stress. Quasi impensabile ottenere subito dei miglioramenti nelle prestazioni, molto più facile accusare dei dolori vari di adattamento, possibile, per fortuna, avere delle buone sensazioni di approccio alla nuova corsa, soprattutto se questa è realmente più efficace.
Le sensazioni sono quelle che ci accompagneranno nell'attuazione di una delle strategie fra le più valide per la revisione della tecnica di corsa: quella dell'amplificazione dell'errore.
Il punto di partenza è quello di individuare un ipotetico errore da correggere. Meglio chiamarlo "devianza" per non precipitare gli eventi. Se si vede qualcosa di particolarmente strano quella è certamente una "devianza" ma prima di definirla "errore" è meglio passarla al vaglio del metodo dell'amplificazione dell'errore.
In breve: se qul tipo di devianza è effettivamente dannosa sulla tecnica di corsa una sua accentuazione produrrà effetti devastanti sulla stessa mentre un contenimento di quella devianza darà certamente esiti positivi sulla corsa.
Per esempio se un atleta crede di correre con le ginocchia troppo "basse" può provare a correre tenendole ancora più basse, probabilmente ciò produrrà una corsa ancora più antiestetica e trascinata, ma se provando quella si trova ancora meglio ed anzi riesce pure a migliorare i risultati, vuol dire che, in barba ai canoni estetici, la corsa a ginocchia basse era proprio la la migliore che il suo fisico poteva produrre. La controprova si fa provando la tradizionale correzione "diretta". Visto che credi di correre con le ginocchia troppo basse sforzati di tenerle alte. Se quello sforzo è una cosa terribile e non produce nessuna nuova buona sensazione, anzi addirittura c'è un immediato scadimento del rendimento della corsa, allora la risposta è confermata. Pur essendo a ginocchia molto basse ed antiestetica quella corsa è efficace così. Solo un vero errore produce gravi danni nella sua accentuazione e benefici (soprattutto a livello di sensazioni) pressochè immediati nel momento del suo contenimento. Sempre operando con la massima prudenza bisogna precisare poi che una volta evidenziato un vero "errore" non si è nemmeno a metà della risoluzione del problema perchè se il passo successivo sarà quello della messa a punto di una tecnica di corsa dove questo errore è ridotto, il passo ulteriormente successivo arà quello determinante ovvero far "digerire" al proprio fisico quella nuova corsa depurata di quella devianza nata da centomila motivi diversi e bocciata da un motivo solo: che abbiamo la presunzione di correre più forte possibile. |
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Ultimo aggiornamento Domenica 06 Dicembre 2009 15:17 |
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Allenamento |
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Ponetemi pure tutte le domande che volete sulla questione allenamento.
"Correre e corrersi addosso"
Sono reduce dalla corsa sui 10 km del "Palio del Drappo Verde". Oggi sono riuscito a correre in 1'27" meno dello scorso anno (41'32" contro 42'59") ma un po' dubbioso mi domandavo: "Non è che abbia corso meglio lo scorso anno?". Premesso che ilo percorso è quello ed accuratamente misurato la risposta è che quest'anno ho certamente corso più veloce, nove secondi al chilometro non sono nemmeno pochi però il dubbio sulla "qualità" della prestazione di oggi resta.
Mi viene in mente quando ho fatto l'ultima visita per l'idoneità sportiva, quando tirando come un disperato ho raggiunto un vattaggio al cicloergometro superiore a quello dello scorso anno. Il medico ha detto: "Bene! Hai fatto meglio dello scorso anno" ed io, laconico: "No dottò, ho solo tirato come un disperato, molto più dello scorso anno..."
La gara di oggi mi porta a delle considerazioni tecniche sulle quali mi piacerebbe intervistare i miei lettori. Ho la sensazione che essenzialmente, soprattutto parlando di amatori ci siano due modi di correre: correre oppure "corrersi addosso". L'anno scorso ho corso, quest'anno mi sono corso addosso.
Mi spiego: quando corri sei padrone della corsa, puoi decidere se aumentare se diminuire se correre con certe tensioni o con certe altre, sei libero addirittura di variare, entro certi ambiti, la tecnica di corsa. Quando ti "corri addosso" sei costantemente a palla, dal primo all'ultimo metro di gara, non riesci assolutamente a controllare la corsa e pare che le gambe autonomamente decidano di portarti via a spasso sul percorso di gara in quell'unica modalità che sanno fare loro, così punto e basta. Puoi solo che ritirarti, di aumentare il ritmo non se ne parla nemmeno perchè sei attaccato via a palla, nemmeno diminuire puoi perchè se diminuisci peggiori la già precaria azione di corsa e ti imballi ancora di più, l'unica cosa lasciata al tuo libero arbitrio, ma non è del tutto certo nemmeno quello, è la possibilità di ritirarsi.
Si dirà che le corse di 10 chilometri sono così, brevi e pertanto non c'è tanto tempo di ragionare e controllare la corsa, ci si butta dentro ad istinto e si tira dal primo all'ultimo metro. Non sono d'accordo, proprio perchè iuna corsa di dieci chilometri è abbastanza breve dovrebbe consentire di poter ragionare lucidamente fino alla sua conclusione, semmai, a mio parere è più difficile restare lucidi e vigili in una maratona dove lungo gli estenuanti 42 km si può transitare da qualche momento di "non estrema presenza" anche perchè questo è un trucchetto della nostra psiche di perdersi per farci passare più velocemente i momenti di crisi.
Ebbene oggi sono contento a metà perchè ritengo che riuscire a correre controllando la corsa debba essere un obiettivo degli atleti amatori. Se ben guardiamo anche i professionisti puntano a "controllare la corsa" anzi in questo sono certamente più abili della media degli amatori. Ecco forse se c'è una cosa che gli amatori dovrebbero imparare dai professionisti è questa capacità di controllare il loro impegno di saper dosare l'acceleratore in base a ciò che dice il "cosciente" più che in base agli impulsi dell'istinto. Anzi se sono contento è proprio perchè ho capito quanto sia importante riuscire a condizionare il ritmo e non farsi condizionare dalla fatica prodotta da un certo ritmo.
Lo scorso anno ho corso meglio anche se ho corso più piano, ma la lezione l'ho capita oggi tirando come un disperato come se fossi sul cicloergometro del dottò che deve valutare la mia efficienza fisica. in effetti quando facevo trenta o cinquanta gare all'anno avevo imparato a selezionare quelle importanti da quelle poco importanti e sapevo modulare con una certa maestria il grado di impegno. Adesso che gareggio poche volte all'anno è come se, paradossalmente, tutte le gare fossero importanti, anche se sono un amatore. Seguo l'onda e mi pare di essermi adattato fin troppo bene al costume della maggior parte degli amatori: si va a tutta perchè è la via più breve per tentare di ottenere il risultato migliore. Spero di trovare gli stimoli per darmi una regolata e per riuscire a correre in modo più "consapevole". Non so se ciò provocherà un immediato scadimento dei risultati ma penso che potrà farmi gustare di più la corsa. Diciamolo chiaro e tondo oggi mi sono divertito solo quando è finita. E' bello divertirsi anche durante la corsa, non solo quando è finita... |
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Ultimo aggiornamento Domenica 21 Marzo 2010 14:31 |
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